Speciale Orti

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Redazione Babel

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01 dicembre 2021

SPECIALE ORTI

di / Lara Bortolai e Martino Rovetta

fotografie / Clara Mammana e Lara Bortolai

Chiunque si sia mai trovato a gestire un orto sa benissimo come sia un piccolo mondo a sé e come ogni pianta richieda cure diversificate e costanti. Pensare anche il più semplice degli orti significa bilanciare un ecosistema complesso, dove la salute è data dall’equilibrio delle sue diverse coltivazioni, magari consociate perché il pomodoro faccia ombra al basilico, o l’azoto che i fagioli rilasciano nel terreno renda fertile l’aiuola per i futuri cespi d’insalata! Ciò che impreziosisce davvero l’orto, però, è l’attenzione alla biodiversità: la tutela della varietà di piante scelte contribuisce a creare quella delicata rete di relazioni per cui, ad esempio, ogni parassita viene limitato dai suoi predatori senza dover ricorrere ai pesticidi. Questa cura della diversità connaturata al sistema-orto ci ha affascinato e spinto ad approfondire esperienze che sul territorio hanno scelto il giardino come luogo privilegiato di integrazione.
Eh sì, perché abbiamo scoperto che lo spazio dell’orto, per la flessibilità del lavoro che richiede, si presta ad accogliere anche una molteplicità umana, dai bambini insieme ai volontari pensionati dell’orto della scuola di Scanzo alle persone, dalle storie, interessi e provenienze diversi, che gravitano intorno all’Orto botanico in Città Alta.

L’orto botanico di Bergamo: un incrocio di storie

L’Orto botanico di Bergamo, dalla sua inaugurazione negli anni ’70 ad oggi, si è inserito nel tessuto sociale cittadino promuovendo spazi aperti di cultura e relazione. Le parole e le storie di tre persone che qui lavorano insieme ci mostrano una realtà in cui esperienze e competenze molto diverse si possono unire sinergicamente per un progetto condiviso dalla chiara e comune missione.

di / Martino Rovetta e Lara Bortolai

La storia di un orto in città.

Quella dell’orto botanico - ci racconta Gabriele Rinaldi, il direttore - è una lunga storia che l’anno prossimo compirà 50 anni. In realtà questo spazio era stato pensato e desiderato, ben prima dell’inaugurazione del 1972, da un ingegnere dell’amministrazione comunale, Luciano Malanchini, che aveva coinvolto nello speciale progetto di dotare Bergamo di un giardino botanico Guido Isnenghi, agrotecnico e pittore. L’idea era particolarmente innovativa perché sin da subito si era chiaramente definita l’attenzione a temi ecologici ed in particolare agli habitat: l’impostazione era ben diversa da quella tassonomica tradizionale! Forte è sempre stata, poi, l’impronta educativa e mirate le scelte successive, come l’importante trasformazione da “giardino” in “orto”, con una maggior cura per gli aspetti scientifici e divulgativi, piuttosto che esclusivamente estetici. In ogni caso, l’orto è cresciuto nel solco dei fondatori, sia da un punto di vista materiale (le piante e le aiuole sono un’eredità preziosa) che ideale: gli studi sul territorio hanno contribuito a sviluppare l’attuale importante riflessione sui comportamenti umani in relazione ai cambiamenti ambientali. Ai più di 3.000 mq dell’orto in Città Alta, poi, dal 2005 si è affiancato lo spazio espositivo della Sala Viscontea, che ha ospitato mostre che hanno intrecciato botanica, storia ed arte, e dal 2015 è attiva una sezione del museo ancor più grande ad Astino. Qui, infatti, ha trovato spazio l’idea complementare di un regno dell’agrobiodiversità, radicato in un contesto millenario di paesaggio stratificato e collegato alla storia del monastero e della valle. Nel febbraio del 2015 Gabriele ricorda con un sorriso la fila di cittadini muniti di vanghe e zappe che avevano risposto all’appello per la primissima realizzazione de “La Valle della biodiversità”.

L’orto botanico come museo di relazione.

Dopo la laurea in scienze naturali Francesco Zonca - attuale curatore dell’Orto botanico - nel 2001 approda da obiettore, con ancora poca esperienza sul campo, al “Lorenzo Rota” e qui trova spazio per spendersi in attività, mostre ed allestimenti. Negli anni lo staff più ristretto di cui fa parte trova sostegno e for- za in tutte le persone che gravitano e sono coinvolte attivamente nel progetto: studenti, educatori, giardinieri e numerosi volontari. Francesco ci parla, allora, di un orto come museo di relazione, dove anche la coltivazione dei rapporti umani richiede una cura particolare ed è la principale finalità di una serie di progetti inclusivi. Lo staff si è sempre rivolto, infatti, alle cooperative sociali per gli inserimenti lavorativi e ha pensato a delle attività in cui sono stati coinvolti gli utenti dello Spazio Autismo e della Fondazione Bosis. Prima che il decreto 113/2018 (comunemente noto come Decreto Sicurezza di Salvini) ne sancisce la chiusura, lo SPRAR (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) era un altro contatto con cui l’Orto botanico aveva instaurato un canale virtuoso, grazie anche al forte legame con i servizi sociali del comune che questa tipologia di accoglienza prevedeva. Nonostante l’interruzione di questa esperienza, tuttavia, nello staff dell’orto hanno trovato una continuità di frequentazione e lavorativa alcuni rifugiati, come Suleiman, che, prima di cambiare occupazione, ha lavorato ad Astino o Nyaman, che è oggi giardiniere nella sede in Città Alta.

Dalla Costa d’Avorio all’orto. La storia di Nyaman.

Nyaman è arrivato nel novembre del 2013 dalla Costa d’Avorio. All’orto fa il giardiniere, o meglio, come dice lui, lavora con la terra. La smuove, la ricopre, la dissoda. “Lo sapevo fare dal mio paese” ci racconta “quando insieme a mio padre coltivavo la terra e le patate.” In Africa faceva tutto a mano. Partiva al mattino e tornava alla sera. Ora ci narra che è bello lavorare perché la terra riunisce tante persone.

Un lavoro conquistato con le unghie e con i denti. Poco dopo ammette che quando è arrivato in Italia, qui a Bergamo dormiva alla stazione perché la persona che lo aveva accompagnato lo aveva lasciato lì. Qualche giorno dopo ha conosciuto il Patronato.

“Andavo lì per dormire, per mangiare e poi mi sono detto che avrei dovuto cercare lavoro” confessa.
Poi tra i singhiozzi Nyaman riavvolge il nastro e si apre. “Sono stato portato via di casa e sbattuto in prigione dove piangevo spesso perché non sapevo se la mia famiglia vivesse o no. Alcuni militari mi chiamavano per cercare di portarmi via, in Europa. Ma io non rispondevo loro. Credevo volessero truffarmi. Finchè il colonnello mi ha chiamato e mi ha detto: “Non avere paura, Nyaman. Sono qui per liberarti.” Io gli chiesi di portare con me Saliu, il mio primo figlio. Con lui avevo sempre lavorato. Lui non me lo permise perché doveva andare a scuola.

Un legame verace, un intreccio di generazioni a cui Nyaman tiene più di tutto. Tra le lacrime prosegue:
“Quando mia moglie è venuta a trovarmi le ho chiesto: Dove sono i miei figli? E chiesi an- che a lei di lasciarmi Saliu. Avevo una ditta di trasporti ormai fallita che aveva bisogno di essere rivitalizzata. Niente da fare. Mi hanno portato alla frontiera con il Ghana. Ma io non volevo uscire, avevo paura che qualcuno mi sparasse, volevo morire in prigione. È stato il colonnello a convincermi. Ricordo ancora che uscii scortato per andare in Ghana. Alla frontiera rimasi per un mese alla fine del quale il colonnello mi ha portato tutti i documenti per prendere l’aereo. In realtà pensavo che lui mi avesse comprato. Quando sono arrivato in Europa non ci credevo. Mi lasciò alla stazione di Bergamo dove ho passato giorni, cercandolo. Poi capii che mi avrebbe lasciato qui.”

Oggi Nyaman parla italiano, lavora in un orto ed è riuscito a portare anche la moglie e i suoi tre figli qui a Bergamo. Le ferite rimangono, il desiderio di riscatto pure. Il bello che già c’è è destinato ad espandersi. O almeno così si spera

Scanzorosciate: un orto nella scuola

Durante il silenzio innaturale di chiusura delle scuole, qualcosa di vitale ha continuato a crescere e a richiedere cura ed attenzioni nell’Istituto Comprensivo di Scanzorosciate.

di/ Lara Bortolai

Quasi 5.000 metri quadrati di verde - è uno degli orti didattici più grandi d’Italia – ospitano numerose varietà di alberi da frutto, varie specie di ortaggi e piante officinali, un piccolo uliveto, una serra e qualche filare di viti da Moscato.
Ora che la didattica è tornata in presenza e anche le visite all’orto sono nuovamente possibili, Fiorenzo, che coordina la rete dei volontari, mostra con orgoglio l’appezzamento in cui è stato appena tagliato il grano e racconta di come i bambini siano andati al frantoio e abbiano seguito passo per passo tutta la filiera fino all’entusiasmo di un sacchetto di farina ciascuno, poi portato a casa. Dal 2016, infatti, l’orto didattico - presso la sede della Scuola Secondaria di Primo Grado “A. Merini” in Via degli Orti 37 – è diventato Orto in Condotta di Slow Food e, da allora, una serie di progetti hanno valorizzato la lavorazione di semplici prodotti, come il pane o l’olio, a cui i bambini possono partecipare in ogni fase, acquisendo maggior rispetto e consapevolezza nel consumo e contenimento dello spreco alimentare.
Mentre sfiliamo accanto alle zucche fiorite, Fiorenzo ci racconta che l’orto è nato nel marzo del 2011 e, dopo i primi mesi di bonifica e preparazione del terreno per le prime semine, ha continuato ad ampliare il suo bacino di realtà coinvolte, non limitandosi solo, ad esempio, ai bambini del plesso, ma estendendo le attività didattiche anche alle Scuole d’Infanzia paritarie del territorio, alle aziende ed ai consorzi agricoli vicini e, più in generale, a tutta la cittadinanza. Sì, perché una volta a settimana, il martedì, chiunque a Scanzorosciate può comprare frutta e verdura di stagione al mercatino organizzato dai volontari, principalmente genitori e, soprattutto, pensionati. Con le classi, invece, vengono attivati in parallelo incontri in aula, dedicati all’analisi critica dell’alimentazione dei ragazzi, allo scenario geografi- co e culturale legato al cibo nel mondo o a laboratori del gusto, ed esperienze “sul campo”. A fine anno, poi, sono proprio i bambini a giocare un ruolo didattico conducendo alcune attività per un pubblico di genitori ed insegnanti!
Salutiamo i volontari, passando per il frutteto che ospita alberi da kiwi, fichi, prugne, albicocche, pere, mele e nespole. Il giardino di una scuola in collina è una preziosità pensata e curata con grande impegno, un’idea didattica che, sicuramente con altre modalità e formule in relazione ad altri spazi, sarebbe bello diventasse una prassi scolastica diffusa.

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